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LA MIA VITA PER IL SINDACATO

 

Intervista di Massimo Papini e Roberto Lucioli a Rolando Pettinari

 

Rolando Pettinari è stato uno dei dirigenti sindacali più apprezzati nelle Marche tra gli anni Sessanta e Ottanta.

Abbiamo avuto la fortuna di averlo con noi all'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche una mattina d'inverno di quattro anni fa (18 dicembre 1995) a raccontarci la sua esperienza sindacale. Di fronte a un registratore, con Massimo Papini e Roberto Lucioli a fare le domande, ha scambiato una serie di ricordi con Alberto Astolfi, altro dirigente di primo piano.

Di una chiacchierata di due ore riportiamo qui solo una parte, con le ovvie (non molte in verità) correzioni, tagli e ricuciture rispetto al testo parlato.

Si tratta di una testimonianza di grande valore, non solo per la sua biografia e per la storia del movimento sindacale, ma anche per alcune considerazioni lucide sul tema dell'autonomia e dell'unità sindacale, nonché sulla difficoltà del movimento operaio a recepire le novità che si manifestavano tra gli anni Sessanta e Settanta, soprattutto nell'ambito dei mutamenti che cominciavano a farsi sentire nella realtà produttiva della nostra regione.

Purtroppo, per mancanza di spazio, non si può riportare il testo integrale, né la testimonianza, pur altrettanto interessante, di Alberto Astolfi (peraltro tra i due si registra spesso un vero e proprio "duetto"), rimandando il lettore, per un eventuale approfondimento, all'ascolto dell'intera registrazione.

La cassetta è nell'Archivio della Camera del lavoro di Ancona, gestito dall'Istituto di storia. Qui, tra l'altro, sono ora depositate tutte le sue carte, grazie all'interessamento di Loredana Pistelli e alla cortese disponibilità di Maria Calcina.

Ci si augura quindi che questa testimonianza, assieme al suo archivio privato, siano la base per una eventuale biografia che l'ex segretario regionale della CGIL, prematuramente scomparso, merita per il suo determinante impegno per l'emancipazione del mondo del lavoro.

D: Quando hai cominciato la tua esperienza sindacale?

Pettinari: Sono arrivato alla CGIL all'inizio del '63. In Ancona la CGIL stava in Via Oberdan. Aveva in pratica un'unica sede, solo successivamente aprimmo un distaccamento. In un unico piano avevamo tutte le categorie, le poche funzionanti: i meccanici, gli edili e la Federmezzadri. Poi c'erano i servizi del Patronato Inca e il servizio delle vertenze individuali in cui c'era Angelo Tiraboschi e io rimasi un periodo con lui a fare le vertenze individuali che erano la parte più rilevante della attività, eravamo il contatto con l'esterno. Per esempio, il lavoratore del commercio non aveva un sindacato strutturato, noi lo conoscevamo perché veniva a fare la vertenza individuale, a quel tempo l'unica situazione del commercio organizzata era la Standa.

Ci si interessava per quello che era possibile delle categorie; per il commercio non eravamo tutti organizzati o strutturati, ma siccome già a quel tempo c'era la possibilità di fare contratti integrativi provinciali (cioè il contratto del commercio prevedeva una contrattazione nazionale e una contrattazione integrativa provinciale), non esisteva la contrattazione integrativa strutturata, esisteva invece questo contratto nazionale del commercio che demandava la contrattazione salariale alle singole province e quindi l'ufficio vertenze si chiamava "Ufficio contratti e vertenze" perché si facevano le contrattazioni per il commercio, per i trasporti, di supporto per l'azienda del gas, ecc.

Dopo l'ufficio vertenze è arrivato uno sconvolgimento nella struttura dirigente, per ragioni positive e negative, nel senso che quando io arrivai i socialisti erano già impegnati in alcune attività amministrative, perché già a quel tempo avevamo Massi che era assessore alla Provincia di Ancona, Levantesi assessore, Soverchia consigliere provinciale, direttore dell'Inca, Tiraboschi consigliere comunale e poi assessore nel 1964. Massi decise di lasciare la CGIL per fare a tempo pieno l'attività di amministratore e dirigente di partito, così Tiraboschi, più o meno nello stesso periodo. A ciò s'aggiunse al fatto che nel 1964, in un incidente stradale morì il segretario della FIOM Lanfranco Lodovichetti. Ci si trovò con un gruppo dirigente mutilato. In quella fase Alberto Astolfi andò a fare il segretario della CdL, sostituendo Massi, e ci dovemmo arrangiare con le energie a disposizione.

D: Tu da dove venivi?

Pettinari: Venivo dalla scuola, non avevo avuto altre esperienze sindacali.

D: Andavi quindi al sindacato come militante socialista?

Pettinari: Come militante socialista. Io andai alla FIOM, a fare il segretario della FIOM perché quando morì Lodovichetti facemmo uscire dalla fabbrica un lavoratore del cantiere navale, Rolando Giuliodori che per un periodo ha fatto il segretario della FIOM di Ancona. Poi nell'anno successivo, Giuliodori fu inviato a Jesi a fare il segretario della Camera del lavoro di Jesi dove c'era una situazione disastrata, perché Capoli (?) che era il segretario della Camera del lavoro, aveva lasciato per andare a fare il vicesindaco a Jesi oltre a una propria attività di lavoro autonomo. Così Giuliodori ebbe il distacco alla FIOM, e io divenni segretario della FIOM. A vent'anni mi trovai segretario della FIOM, della più grande categoria, tanto è vero che le "bocche storte" furono numerose, per i pochi referenti che avevamo, che erano solo quelli al Cantiere navale in termini strutturati, qualcosa al Molo Sud, dove avevamo i cantieri Morini, Castracani, la Cooperativa Tommasi, mentre a Jesi il rapporto era piuttosto flebile: avevamo la SIMA, qualche volta la Gherardi, qualcosa poi della Pieralisi. Poi a Senigallia avevamo una vecchia fonderia, la Veco. Mentre avevamo un rapporto disorganizzato con l'area dei lavoratori degli strumenti musicali, perché a quel tempo non era affermato con chiarezza che i lavoratori degli strumenti musicali fossero lavoratori meccanici (tanto è vero che esisteva una contrattazione distinta). Per cui ho fatto il segretario della Fiom dagli anni che vanno dal 1964-65 fino al 1971, quando divenni segretario della CdL, sostituendo Astolfi che andò a fare il segretario della Cgil regionale, quando dopo il congresso di Chiaravalle si costituì la struttura vera e propria.

Quel periodo fu abbastanza ricco e fortunato perché il sindacato cresceva. Furono gli anni in cui per la prima volta riuscimmo ad affermare la contrattazione integrativa come metodo d'attività, una attenzione maggiore da parte di Astolfi (Alberto aveva una mentalità nuova) che teneva particolarmente alla contrattazione integrativa come punto centrale per costruire un rapporto che non avevamo con le persone che si incontravano una volta ogni tre/quattro anni, quando si facevano i contratti nazionali.

Sfondammo così in tutte le fabbriche meccaniche della zona di Ancona, anche le più piccole, come Paniconi (aveva 10-15 dipendenti), Paggi (che faceva le serrande); poi fu costruita la Maraldi (in quel periodo vi fu una lunga vertenza con il Tubificio Maraldi), una struttura estranea alla provincia perché il titolare era di Forlì o Forlimpopoli. Costruimmo un rapporto più solido a Jesi, alla SIMA, da Pieralisi, e da Gherardi, che poi prese la FIAT Trattori e che adesso è la Rioland , che comunque stava al centro di Jesi, vicino alla stazione ferroviaria, un vecchissimo stabilimento che faceva materiale per le macchine dell'agricoltura e movimento terra. Cominciammo ad essere presenti in queste fabbriche e in alcune nuove che erano appena sorte, come qualcuna a Senigallia.

Sono anche gli anni in cui abbiamo sfondato a Fabriano, dove avevamo una sola presenza di sindacato organizzato, nella fabbrica disgraziatissima che era la Fiorentini, sempre in crisi, con licenziamenti in corso. Il centro direzionale della Fiorentini era a Roma, uno stabilimento a Roma e uno a Fabriano e quest'ultimo ogni tanto veniva ridimensionato anche perché era uno stabilimento vecchissimo e dequalificato, bravissimi operai sia dal punto di vista sindacale che tecnico, ma la fabbrica era vecchissima.

Poi riuscimmo ad avere una presenza più forte al cantiere navale. Sto parlando di 200-300 iscritti che erano già molti, quando ero segretario della FIOM. Quando poi fu introdotto un sistema di adesione diverso, attraverso l'assegno trimestrale che veniva messo in busta paga, che i lavoratori dovevano versare al sindacato trimestralmente e poi, successivamente, attraverso il sistema della delega, ci facilitarono le adesioni; poi facemmo un'importante vertenza aziendale nel 1966 al cantiere navale, che concludemmo in Prefettura. Fu una vertenza durissima. Raccontarla adesso fa ridere. Se ricordo bene l'aumento fu di 50 lire all'ora, ma fu un grandissimo risultato. La vertenza del 1966 si concluse la notte prima dello sciopero generale che doveva svolgersi ad Ancona. 50 lire erano tanti soldi per quegli anni e il risultato ci diede un grande prestigio tanto che consolidammo la posizione con 700-800 iscritti. Non solo come risultato della commissione interna -storicamente fu il primo sindacato-. Quando lasciai la FIOM vi erano circa 3000 iscritti perché avevo inserito tutte le aziende metalmeccaniche, e poi questa grossa vicenda degli strumenti musicali.

Noi, diversamente dalla Cisl, da subito avevamo considerato questi ultimi come lavoratori metalmeccanici. Forse la cosa avanzò non in termini fortemente ragionati, poi il ragionamento fu che l'industria della fisarmonica somigliava sempre più all'industria meccanica. La Cisl invece sosteneva che era una industria del legno.

C'era Micci, la seguiva per conto della FICA Cisl, sindacato di categoria degli edili del legno, sostenendo che era industria del legno perché era prevalente il discorso della cassa e non tanto della parte meccanica, poi l'inserimento dell'elettronica …. per noi fu sempre considerata industria meccanica, al di là del fatto che ci fu l'atteggiamento degli industriali che ci impedì di applicare il contratto dei meccanici, tanto è vero che diverse volte io stesso partecipai alla stesura dei contratti nazionali dei lavoratori della fisarmonica presso la Confindustria a Roma e venivano le delegazioni…. uno di Pavia, che era l'unico altro centro dove esistevano le fisarmoniche insieme al Comune di Forlì … Insomma facevamo le delegazioni nazionali per i contratti nazionali.

Insomma in quel periodo abbiamo consolidato la presenza alle fisarmoniche. E costruita la presenza del grosso comparto industriale delle "corone da rosario", noi chiamavamo "corone da rosario" l'oggettistica religiosa. Si facevano oggettini in peltro, l'azienda leader era la Brancondi il cui proprietario, Farini, divenne un industriale famoso ed è stato presidente degli Industriali di Ascoli Piceno.

"Facemmo la mangiata coi soldi che ci diede "el padrò", perché puntarono il fucile addosso ad Astolfi, la doppietta".

A Castelfidardo lo sciopero lo facevano così: c'erano due-tre fabbriche principali, poi si prendevano le delegazioni di queste e si faceva il giro di tutte le fabbriche "Fuori, fuori, fuori". Una volta io e Nicoletti andammo da Guerrini che faceva gli strumenti musicali, a dire "Falli uscire", lui ha chiamato la moglie e ha detto "Portame un po' la doppietta". Questo per dire del clima in cui si svolgevano queste cose, la tensione … Poi a Castelfidardo quando si faceva sciopero era sempre pieno di polizia, ma anche al cantiere navale dove, quando si scioperava, fuori c'erano i carabinieri con l'elmetto, i lancialacrimogeni, il tascapane pieno di lacrimogeni tutto si svolgeva in questo clima ferocissimo.

D: Era una eredità degli anni '50.

Pettinari: Eredità degli anni '50 che era l'ultima faccia cattiva dello Stato che andava cambiando.

Dal 1965 al 1970 abbiamo svolto questa opera.

D: C'era anche l'influenza del Sessantotto …

Pettinari: Fra il 1965 e il 1968 ci sono state numerosissime vertenze aziendali come non avevamo mai avuto: la vertenza dell'Api, quella ai Cantieri navali, quelle nelle piccole aziende dell'abbigliamento, scontri duri anche questi

D: Perché questo aumento della conflittualità?

Pettinari: Credo per alcune condizioni oggettive, intanto. Il fatto che si era determinata una situazione occupazionale piuttosto tesa. La gente che lavorava era tanta, il tasso di disoccupazione era basso, i salari erano vergognosamente bassi, la previdenza faceva schifo, l'assistenza sanitaria lo stesso. Poi l'arrivo di nuove generazioni, o meglio di persone che non erano mai state sconfitte. Fino agli anni '60 in fabbrica c'era la generazione sconfitta dal fascismo, aveva fatto la guerra, aveva vissuto la sofferenza della ricostruzione. Negli anni '60 arriva questa nuova generazione più desiderosa di cambiare la situazione.

Ricordo che al Cantiere c'era Adrio Galeazzi (che era la storia del cantiere navale), persona splendida anche dal punto di vista umano. Quando le vertenze si facevano dure lui voleva chiudere, perché era molto cauto. I giovani, invece, giovani come Caprari spingevano in avanti rispetto a Galeazzi, personaggio di grande equilibrio, di quelli che si facevano rispettare. Era stato partigiano. Quando tutti erano terrorizzati dal famoso Badaracco, direttore del Cantiere navale, Galeazzi era uno di quelli che riusciva a tener testa a Badaracco, ma in occasione della vertenza, quando si doveva andare avanti Galeazzi esprimeva le proprie preoccupazioni che gli derivavano dalle sconfitte.

Badaracco però, al di là del fatto che era un po' schiavista, era uno capace, uno che ci sapeva fare anche in condizioni difficilissime, anche se le condizioni più difficili erano quelli dei lavoratori.

D: Il lavoro c'era?

Pettinari: Il lavoro è sempre stato una cosa sofferta … Per farsi consegnare la famosa "commessa". Soprattutto i cantieri navali. Si sono ristrutturati adesso ... Quella era già la fase in cui si faticava a mantenere il passo della concorrenza mondiale, nel senso che si affermava il modello dei cantieri navali giapponesi integrati, con i nuovi metodi di costruzione. Si tenga conto che adesso sono stati introdotti i grandi prefabbricati a terra, allora i lavori venivano fatti tutti a bordo e non a terra, pezzo per pezzo, un lavoro faticosissimo, con i doppi fondi per costruire. E poi c'era il problema che non si reggeva più la concorrenza degli altri, che i giapponesi avevano realizzato questa attività integrata, per cui seguivano i costi di trasporti e cioè si costruiva in un grosso centro siderurgico che forniva materiale ferroso al cantiere, poi il trasporto, poi la parte dell'impiantistica, perché la parte qualificata dell'impiantistica sulla nave non era un pezzo di ferro che galleggiava, era un pezzo di ferro con tanta strumentazione sempre più qualificata. Il cantiere navale già a quel tempo era in grandissima difficoltà, tanto è vero che entrò in crisi e dovette intervenire il capitale pubblico per salvare il gruppo.

Noi si era specializzati perché a Riva facevano navi militari, a Palermo facevano riparazioni navali e in Ancona e a Sestri facevano costruzioni mercantili (petroliere, carghi, ecc.).

La cosa che abbiamo seguito e che ci ha permesso di sopravvivere è stata la questione dei Cantieri navali, che è comunque la pietra di paragone per tutti. Poi le cose sono cambiate, siamo riusciti ad essere presenti in molte altre realtà, nello Jesino, nel Fabrianese, nella zona degli strumenti musicali.

Tutto aveva peso, anche i nuovi settori. C'era però una disattenzione "ideologica" … nei nuovi settori non c'era scontro; il grande scontro si realizzava nelle grandi aziende e nelle campagne. Se si osserva il filo rosso che conduce tutti i nostri documenti … non c'è un documento che non cominci con "La grave crisi che colpisce le Marche". Possibile che siamo cresciuti a colpi di crisi!? Eravamo strabici. Non ci accorgevamo del nuovo che veniva avanti con grande forza, con ritmi crescenti, con la diffusione delle microimprese, di altri fenomeni innovativi …

D: Ma torniamo al Sessantotto …

Pettinari: …. Per il sindacato è stato un momento di crescita e soprattutto di conquiste. Ma fu scarsa l'influenza del movimento studentesco. A quel tempo le lotte degli operai portavano soprattutto a risultati sul piano contrattuale e sociale. In 4 o 5 anni si fece ciò che non s'era fatto in più di vent'anni. Si pensi alle grandi riforme, pensioni, sanità, equo canone, ecc … Ogni lotta non era un fatto insurrezionale, serviva a portare a casa risultati concreti.

C'è un filo rosso, se vuoi inconsapevole, con il vecchio riformismo sindacale. C'è in questa fase una concreta applicazione degli obiettivi di quel filone storico. Certi nostri vecchi dicevano che tutto serviva a fare la scena, più che a fare risultati. Non in questo caso. L'obiettivo del sindacato è sempre stato quello di chiudere le vertenze, non di fare la rivoluzione.

D: Non c'è però una spinta verso il cosiddetto "potere sindacale", a fare del sindacato un soggetto politico?

Pettinari: I partiti erano spaventati anche perché non erano abituati a competizioni "a sinistra". Il PCI aveva rappresentato per tanti anni la protesta dei lavoratori. Ora si trovava per la prima volta di fronte a un'articolazione della rappresentanza. Ma sicuramente rischi in quel senso non mancarono, anche se per un breve periodo.