IL LAVORO MINORILE NELL' '800


Il problema sociale del lavoro minorile venne affrontato dal Parlamento italiano, per la prima volta, intorno al 1880, da parte dei governi della Destra storica. Infatti, veniva proposto un progetto di legge per la riduzione dell'orario di lavoro dei minorenni (allora il lavoro dei minori era permesso e i ragazzi lavoravano sino a quattordici ore al giorno. Qui sotto riportiamo un frammento dell'Inchiesta in Sicilia di L.Franchetti - S.Sonnino, uno dei documenti che cercò di sensibilizzare l'opinione pubblica e soprattutto gli uomini politici di quell'epoca, sul problema dello sfruttamento di bambini e adolescenti nell'Italia post-unitaria; in particolare in questo brano viene posta l'attenzione sul lavoro dei ragazzi, i "carusi", nelle miniere siciliane, una questione secolare per questa regione.

<< Il lavoro dei fanciulli consiste nel trasporto sulla schiena del minerale in sacchi o ceste dalla galleria dove viene scavato dal picconiere, fino al luogo dove all'aria aperta si fa la basterella delle casse dei diversi picconieri, prima di riempire il calcarone. È sempre il picconiere che pensa a provvedere i ragazzi necessari per eseguire il trasporto del minerale da lui scavato, fino a dove si formano le casse. Ogni picconiere impiega in media da 2 a 4 ragazzi. Questi ragazzi, detti carusi, s'impiegano dai 7 anni in su; il maggior numero conta dagli 8 agli 11 anni.
I fanciulli lavorano sotto terra da 8 a 10 ore al giorno dovendo fare un determinato numero di viaggi, ossia trasportare un dato numero di carichi dalla galleria di escavazione fino alla basterella che viene formata all'aria aperta. I ragazzi impiegati all'aria aperta lavorano da 11 a 12 ore. Il carico varia secondo l'età e la forza del ragazzo, ma è sempre molto superiore a quanto possa portare una creatura di tenera età, senza grave danno alla salute, e senza pericolo di storpiarsi. I più piccoli portano sulle spalle, incredibile a dirsi, un peso da 25 a 30 chili; e quelli di sedici a diciotto anni fino a 70 e 80 chili.
Il guadagno giornaliero di un ragazzo di otto anni è di lire 0,50, i più piccoli e deboli lire 0,35; i ragazzi più grandi, di sedici e diciotto anni, guadagnano circa lire 1,50, e talvolta anche lire 2 e 2,50. La vista dei fanciulli di tenera età, curvi e ansanti sotto i carichi di minerale, muoverebbe a pietà, anzi all'ira, perfino l'animo del più sviscerato adoratore delle armonie economiche.
Vedemmo una schiera di questi carusi che usciva dalla bocca di una galleria dove la temperatura era caldissima; faceva circa 40° Réaumur( 50 gradi centigradi). Nudi affatto, grondando sudore, e contratti sotto i gravissimi pesi che portavano, dopo essersi arrampicati su, in quella temperatura caldissima, per una salita di un centinaio di metri sotto terra, quei corpicini stanchi ed estenuati uscivano all'aria aperta, dove dovevano percorrere un'altra cinquantina di metri, esposti a un vento gelido.
Altre schiere di fanciulli vedemmo che lavoravano all'aria aperta trasportando il minerale dalla basterella al calcarone. Là dei lavoranti riempivano le ceste e le caricavano sui ragazzi, che correndo le traevano alla bocca del calcarone, dove un altro operaio li sorvegliava, gridando a questo, spingendo quello, dando ogni tanto una sferzata a chi si muoveva più lento.>>


IL LAVORO MINORILE NEL MONDO DI OGGI


È facile incontrarli in Brasile, in Nepal, nelle Filippine. Ancora più facile in India e nel Bangladesh.
Ma non è neppure difficile trovarli molto più vicino. A casa nostra. I bambini che lavorano in Italia sono circa 400 mila e, a dispetto dei luoghi comuni,non sono solo nascosti nel Sud più povero, ma anche nel Nord-Est più opulento, dove il primo comandamento è fare i soldi, altrimenti non sei nessuno.

Potrebbero essercene nel capannone alla periferia della vostra città, nel retrobottega di un artigiano del centro, nella cucina del ristorante di prestigio, nello scantinato del palazzo di fronte.

Prima Campania, seconda Sicilia, terza Puglia, quarta Lombardia. E' questa la testa della classifica della vergogna, quella - per regioni - del lavoro minorile. Sono 227 mila i bambini che lavorano nel Sud, 141 mila quelli del Nord, stima la Cgil. Il numero delle bambine si avvicina molto a quello dei bambini: 175 mila contro 200 mila circa. Nel Mezzogiorno i bambini lavorano per conto terzi, nel Centro-Nord più che altro nelle microimprese familiari.

Ed è qui, paradossalmente, che sono più sfruttati: lavorano più ore e più spesso nelle fasce orarie cosiddette "insalubri", prima delle sette del mattino, dopo le otto di sera. Viceversa i bambini del Sud cominciano a lavorare più presto: i casi di minori che cominciano a lavorare a 7-8 anni si trovano in Campania e Puglia, non in Lombardia.

"Lavoro e lavori minorili" è il titolo della prima inchiesta condotta in un Paese industrializzato sul lavoro minorile (il 97 per cento del campione ha un'età tra gli 11 e i 14 anni). L'ha voluta fortemente la Cgil che vi ha dedicato un convegno tenutosi a Roma il 7 Novembre. Era stato Sergio Cofferati, un paio di anni fa, in occasione di un suo viaggio in India, a lanciare il primo allarme. "Guardate che i bambini lavoratori ci sono anche da noi", disse. Ora sappiamo chi sono, dove sono e che cosa fanno. Aggiustano, controllano, assistono, lavano, puliscono, o comunque non svolgono mai mansioni particolari. Quattro su dieci guadagnano meno di 200 mila lire al mese. Soltanto il quattro per cento va sopra il milione, i baby ricchi.

È un fenomeno della modernità, non dell'arretratezza. Molti hanno abbandonato la scuola, ma molti altri sono studenti-lavoratori in pantaloni corti. È il caso dei cinesi. Basta chiedere agli insegnanti: gli scolari - lavoratori sono quelli che si addormentano con la testa sul banco. E hanno tutti gli occhi a mandorla. Accade questo: la notte lavorano per ore nelle cantine davanti alla macchina da cucire, non appena si addormentano il guardiano provvede a svegliarli.

Se non è la miseria materiale ("devo aiutare papà e mamma", dice buona parte dei 600 bambini interpellati dai ricercatori), la causa del lavoro minorile è la miseria culturale ("la scuola è tempo perso, i soldi mi servono per farmi il telefonino", ribatte un secondo gruppo). Di chi è la colpa? La ricerca della Cgil individua tre colpevoli: la famiglia, il territorio, la scuola. (Da un lato i bambini che lavorano sono completamente schiacciati dal modello culturale imposto loro dalla famiglia -dice Anna Teselli - dall'altro non trovano aiuto nella scuola. Abbiamo incontrato direttori scolastici che ragionano in questo modo: quel bambino è meglio se va a lavorare, qui è soltanto di disturbo". È la vecchia storia del bambino "troppo vivace".

La necessità di lavoro deprofessionalizzato a costo quasi zero delle imprese del sommerso gioca un ruolo decisivo anche per il futuro dei bambini-schiavi. Che tipo di lavoratori saranno nei prossimi anni? È facile prevederlo: lavoratori marginali, precari, nuovamente sfruttati. Se non si interviene, la loro vita sarà sempre un calvario.

È un salto indietro di 250 anni. Non è il 2000, ma l'era della prima rivoluzione industriale in Inghilterra. Da un lato c'è il rutilante mondo della new economy, dall'altro la miniera. Non due paesi separati, ma gente che lavora pressochè gomito a gomito, Renato Soru a braccetto con Dickens e Verga. Comunque, se non c'è miseria materiale, c'è miseria culturale. Dice Agostino Megale, presidente dell'Ires-Cgil: "Non si capisce come mai il Parlamento non abbia ancora approvato la legge che impone a tutti i prodotti il marchio sociale dei diritti per certificare che non si è fatto ricorso al lavoro minorile". I bambini si sono fermati in Senato.

La Repubblica, venerdi 3 Novembre 2000

Altri si sono occupati del problema del lavoro minorile: il poeta William Blake, il filosofo Bertrand Russel e il medico e pubblicista John Aikin.


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