Referendum 12-13 giugno L’ACQUA, IL NUCLEARE, LE MARCHE

Referendum 12-13 giugnoL’ACQUA, IL NUCLEARE, LE MARCHE di Gianni Venturi, segretario generale Cgil Marche “La democrazia non è semplicemente un rituale elettorale ma il potere delle persone di forgiare il loro destino, determinare in che modo le loro risorse naturali debbano essere possedute e utilizzate, come la loro sete vada placata, come il loro cibo vada prodotto e distribuito, quali sistemi sanitari e di istruzione debbano avere”. Così Vandana Shiva nella prefazione del celeberrimo “Le guerre dell’acqua” del 2003. C’è racchiuso, in quella frase, non solo il senso e le ragioni del Sì ai referendum di domenica e lunedì prossimi ma c’è anche e soprattutto il legame inscindibile tra merito e valore della partecipazione. Partecipare alla consultazione referendaria, al di là delle legittime convinzioni di ognuno sui singoli quesiti, è questione che riguarda il potere delle persone di non delegare e di decidere del proprio destino. Tanto piu’ quando in discussione sono scelte così rilevanti che riguardano fondamentali orientamenti nei modelli di sviluppo e nella coesione globale come l’acqua e l’energia: non a caso le guerre del Ventesimo secolo si sono combattute e si continuano a combattere per il petrolio e le prossime avranno come oggetto del contendere l’acqua.Nel 2025 due terzi della popolazione mondiale avrà seri problemi di disponibilità d’acqua: sottrarla ad una logica di mercato, così come peraltro sta accadendo in altri paesi europei, non è soltanto agire in ragione di un principio di equità e giustizia sociale, non risponde solo ad una sollecitazione globale.Sottrarre l’acqua ad una logica di mercato sollecita anche il legislatore regionale, il sistema delle autonomie, le imprese di gestione dei servizi pubblici locali a salvaguardarne il fondamento e la natura pubblica: non a caso l’obbligo di mettere le reti idriche sul mercato fa perdere ai Comuni sia una fonte di entrata sia una funzione di indirizzo e di controllo sul territorio. E dire Sì alla fine del nucleare non è soltanto rigettare una tecnologia che continua a rivelarsi insicura e non dominabile ma è anche assumere il senso del limite, non come negazione della crescita  e dello sviluppo, ma come obbligo a ricercarne una diversa e sostenibile qualità. Noi viviamo in una regione, le Marche, che è alle prese da anni con un dibattito sulle proprie politiche energetiche particolarmente delicato e complesso dove ciclicamente si ripresenta  il tentativo di opporre le ragioni di chi consuma, imprese e cittadini, alle ragioni di chi produce l’energia necessaria. Le classi dirigenti hanno il dovere il trovare e di indicare una sintesi che non può ignorare le ragioni di nessuno e che per questo sfidi le pigrizie e gli interessi di tutti nel ricercare il senso di cosa e di come si produce, di cosa e di come si consuma.Innovazione, sostenibilità, riproducibilità di beni essenziali e comuni come l’acqua, l’energia, la salute, la conoscenza sono, allo stesso tempo, le frontiere e le premesse per poter continuare a meritarci il titolo di “Marche dolci” che il piu’ prestigioso settimanale nazionale ha voluto dare ad un recente reportage sulla nostra regione e sul nostro modello di sviluppo.E non c’è contraddizione tra il sottolineare come questo modello  sia oggi aspramente sfidato dalla crisi e le traiettorie da scegliere per uscire dalla crisi stessa.Anche per quest’ultima ragione i marchigiani non diserteranno il referendum: sanno perfettamente che la democrazia non è semplicemente un rituale elettorale, ma ha molto a che fare con il la loro condizione materiale di vita e lavoro, con le loro esistenze. 

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