Allarme occupazione nel Porto di Ancona: a rischio almeno 1/3 dei 7000 posti di lavoro

CGIL ANCONA   Allarme occupazione nel Porto di Ancona: a rischio almeno 1/3 dei 7000 posti di lavoro Salvaguardare la cantieristica e completare le opere per lo sviluppo del porto   Ancona, 21 marzo 2011 – Si è svolta oggi, presso a Fiera della Pesca di Ancona,  l’assemblea dei quadri e delegati Cgil della città di Ancona per discutere della crisi e delle prospettive delle attività economiche e produttive che operano nel porto di Ancona. Tale iniziativa si inquadra nella campagna “In marcia per il lavoro”, promossa dalla Cgil in vista della manifestazione regionale del 9 aprile con Susanna Camusso  e in preparazione dello sciopero generale nazionale proclamato per il  6 maggio. L’area portuale che costituisce uno dei più importanti poli produttivi ed occupazionali della regione sta vivendo una delicatissima fase di crisi che sta compromettendo una quota significativa dei circa 7.000 posti di lavoro che direttamente e indirettamente il porto di Ancona produce. Nel settore più in difficoltà, quello della cantieristica, le maggiori preoccupazioni riguardano lo stabilimento della Fincantieri dove dai primi giorni di maggio, in assenza di commesse, scatterà la CIG per i quasi 600 dipendenti. Ma non va dimenticato che nel frattempo si sono già persi almeno 1.300 posti di lavoro delle decine di aziende del sistema di appalto e sub-appalto della Fincantieri, molte delle quali hanno cessato l’attività senza che i lavoratori abbiano potuto beneficiare degli ammortizzatori sociali. Lo stesso polo cantieristico dedicato alla produzione della nautica di lusso, che mantiene vivacità nel mercato, ha vissuto una fase difficile, in particolare di natura finanziaria, che ha determinato anche per queste imprese il ricorso alla cassa integrazione e la dichiarazione di esuberi di personale, come testimonia  il caso della Wally Europe con sede legale a Montecarlo e presente in Ancona dal 2009 con circa 80 dipendenti, che è uscita recentemente da una profonda crisi attraverso l’intervento di un Fondo d’investimento Inglese. Ma a preoccupare ulteriormente è il calo del traffico merci registrato nel 2010, in particolare di quelle rinfuse (-38%), che ha  come causa/effetto la crisi delle aziende che trattano cereali come la Bunge (70 dipendenti) che ha sostanzialmente cessato l’attività o la SAI (15 dipendenti) che ha richiesto la CIG in deroga. Da considerare che ogni riduzione di attività commerciali nel porto ha un  effetto moltiplicatore in tutte le attività di servizi portuali a terra e a mare (ormeggiatori, rimorchiatori, movimentazione merci di portuali e gruisti, autotrasporto). Non a caso si iniziano a riscontrare crescenti difficoltà e richieste d’intervento di ammortizzatori sociali tra le  agenzie marittime e i spedizionieri, che complessivamente occupano circa 300 addetti. Peraltro, con la chiusura di tre attività di spedizioni si sono persi circa 50 posti di lavoro in pochi mesi. L’attuale crisi economica si somma ai non risolti problemi di competitività infrastrutturale del porto di Ancona. Per il completamento delle opere previste si attendono ancora i 226,5 milioni di Euro promessi dal Ministro dei Trasporti Matteoli, siglando nel 2009 un accordo di programma con la regione Marche per lo sviluppo del Porto.    

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